MICHELE SERRA.
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Osso: Anche i cani sognano.
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2021. Giangiacomo Feltrinelli Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Questa storia inizia con un cane. Anzi, con un cane e un uomo. Il cane  magro, denutrito, spunta allimprovviso come unapparizione e ha fame, molta fame. Luomo  un vecchio,  stanco e vive immerso nella solitudine in una casa al confine tra il mondo degli uomini e quello degli animali. Insieme a loro c il bosco. Pieno di luci, ombre e cose nascoste. Assomiglia ai sogni, a quello che abbiamo dentro ma a cui non sappiamo dare un nome. Il cane appare e scompare davanti alla casa, proprio come un sogno, mentre il vecchio vorrebbe avvicinarlo, nutrirlo, prendersi cura di lui. Comincia col dargli un nome: Osso, che gli suggerisce la nipote. Poi si mette ad aspettare, con una ciotola di cibo appoggiata sul prato. E cos, lentamente, i due si studiano, si conoscono. O forse il loro incontro  avvenuto migliaia di anni fa quando gli uomini cacciavano e vivevano nelle capanne, con la nascita della straordinaria alleanza tra luomo e il lupo, tra gli esseri umani e la natura.
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L'AUTORE.
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Michele Serra Errante  un giornalista, umorista, scrittore e autore televisivo. E' nato a Roma nel 1954 ed  cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a ventanni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su la Repubblica e LEspresso. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico Cuore. Per Feltrinelli ha pubblicato, fin dal 1989.
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Indice.
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Il vecchio e il bosco. 
Ogni cane ha un nome.
Il sangue della lepre.
Anche i cani sognano. 
Il sentiero ritrovato .
Osso appare e scompare. 
Una danza sul prato.
Trentamila anni fa. 
Un odore di cuoio e di terra..
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Fine indice.
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Osso: Anche i cani sognano.
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A Nina.
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Questa storia comincia trentamila anni fa. Quando una ragazza e un ragazzo, fermi in mezzo alla neve, l'una di fronte all'altro, presero una decisione molto importante, che avrebbe cambiato per sempre il rapporto fra gli esseri umani e le bestie. Dunque fra gli esseri umani e la natura, che  la madre del mondo. La ragazza si chiamava Pelledilince. Il ragazzo, Pelledibufalo. Dei loro nomi nessuno ha memoria, e le loro tracce nella neve si sono sciolte da moltissimo tempo. Ma io sono sicuro che sono davvero esistiti. I loro nomi li ho sognati. Oppure li ho scritti. Tra sognare e scrivere non c' molta differenza.
Ogni storia, del resto, comincia molto prima di quando noi la raccontiamo. La prima pagina di ogni libro  preceduta da milioni di altre pagine. E l'ultima pagina di ogni libro precede milioni di pagine che devono essere ancora scritte. I nostri gesti, i nostri pensieri, le nostre parole, sono solo il breve tratto di un percorso lunghissimo, che sprofonda nel tempo passato e svanisce nel tempo futuro.
Non ne vediamo l'inizio, non ne immaginiamo la fine.
Spaventa pensare quanto minuscolo sia, questo breve tratto, di fronte all'immensit del tempo. Eppure, per quanto minuscolo, il nostro cammino contiene il tempo tutto intero, il passato e il futuro: ogni nostro gesto, pensiero, parola,  il frutto dei gesti, dei pensieri e delle parole di chi  venuto prima di noi. E prepara l'avvenire del mondo.
Avrete sicuramente accarezzato un cane, nella vostra vita. Prima di voi, infinite volte la mano di un essere umano si  posata su un cane. Ci sembra il pi banale dei gesti. Non lo . Se avrete la pazienza di leggere questa storia, prover a spiegarvi perch.
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IL VECCHIO E IL BOSCO.
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Era maggio, primavera piena. In un pomeriggio di sole e di vento un vecchio stava riposando su una sedia a sdraio nel prato davanti a casa, ai margini di una grande citt. Alle spalle del vecchio e della sua casa c'era un mare di palazzi, strade, automobili. Di fronte a lui cominciava la natura. Viveva al confine tra la civilt, dalle forme ordinate e bene illuminate, e il bosco, disordinato e scuro.
Proprio al confine stava quel vecchio tra due regni grandi e potenti, quello degli umani, costruito a misura degli umani, e quello della vita selvatica, a misura di tutte le altre forme di vita. Che sono cos tante da non poterci credere. Poche si fanno conoscere e domare dagli uomini, molte preferiscono vivere nascoste. Per questo il bosco  misterioso: perch  vivo, ma vive per conto suo.
Il vecchio teneva gli occhi chiusi. Ma se li apriva appena, poteva vedere gli alberi del bosco ondeggiare alle ventate. Il muggito del traffico, che normalmente arrivava fino alla casa, come una continua risacca, quel giorno era sovrastato dal rumore del vento. Il suono della civilt umana era spazzato via. Solo gli alberi e il vento sembravano occupare il mondo, quel pomeriggio. Cos si sentiva il vecchio: solo al mondo insieme agli alberi e al vento. E gli piaceva lasciarsi cullare dalla solitudine.
Stava guarendo da una lunga malattia. La stessa malattia che aveva messo a letto molte altre persone, atterrandole come steli di paglia, e ne aveva uccise in un numero cos grande che in televisione e in rete non si parlava d'altro. L'idea che si potesse morire non era molto presente, in quell'epoca. Quasi tutti erano cos indaffarati che non rimaneva nemmeno un attimo per pensare alla morte. Anche il vecchio, quando si era ammalato, aveva provato una sensazione di sbalordimento. Quasi non ci credeva, tanto era abituato a essere sano. Aveva avuto anche un po' di paura, ma soprattutto si era sentito stupefatto, spaesato: come se a causa della malattia si fosse perso, e non riuscisse pi a ritrovare la strada.
Non era poi cos vecchio, il vecchio. Ma aveva gi vissuto molti anni, molti pi di quanti gliene rimanevano da vivere. Si portava addosso gioie e tristezze in grande numero. Si trovava in quel punto della vita - che solo i vecchi conoscono - nel quale si ha l'impressione di avere fatto tutto quello che c' da fare, visto tutto quello che c' da vedere, sentito tutto quello che c' da sentire. Non si aspettava pi niente dal futuro.
Anzi no, una cosa se l'aspettava, e la desiderava molto: che la sua nipotina Lucilla venisse spesso a trovarlo.
Le voleva bene come non gli era mai capitato con nessun altro. Forse neppure con la moglie, che non c'era pi da qualche anno. E neppure con i due figli che abitavano lontano e che non vedeva spesso.
Proprio a Lucilla stava pensando il vecchio quel pomeriggio, con gli occhi chiusi e un accenno di sorriso.
Pensava ai suoi capelli neri e ricci, alla sua voce squillante, alla sua energia, alla facilit con la quale passava dal gioco, dall'eccitazione, dalla corsa, a una improvvisa seriet. Quando Lucilla, immobile, fissava pensierosa qualcosa, o qualcuno, o un punto nel nulla, con i suoi occhi scuri come la notte eppure lucenti come stelle, il vecchio si meravigliava che una bambina di sette anni avesse quel dono (guardare e pensare, rimanendo in silenzio) che  cos raro anche negli adulti. Guardare e pensare, rimanendo in silenzio: se tutti ne fossimo capaci, il mondo sarebbe un posto migliore. Lucilla sarebbe arrivata pochi giorni dopo e il nonno l'avrebbe vista correre nel prato, poi fermarsi di colpo e sedersi nell'erba, con lo sguardo fisso su una margherita, o un pezzo di legno, o un grillo, o un'altra di quelle insignificanti meraviglie che i bambini notano assai pi dei grandi. Forse perch i bambini vivono molto pi vicino alla terra, e dunque la vedono meglio.
Nel cinema delle sue palpebre chiuse il vecchio vedeva i riccioli di Lucilla che danzavano nel vento.
Il vecchio stava per addormentarsi quando sent di non essere solo. Ma non fu un rumore, non fu un movimento a dargli quella sensazione. Fu una specie di piccolo allarme interno. Non esiste una parola precisa per dirlo, nel linguaggio degli umani.  quel piccolo misterioso allarme che fa svegliare di soprassalto gli animali quando dormono e avvertono la presenza di qualcuno.
Quando noi uomini eravamo scimmie - ma  passato un tempo quasi infinito, ormai - conoscevamo bene quel sussulto improvviso. Ci permetteva di fuggire in fretta, se la presenza era quella di un predatore. E di metterci subito in caccia se, invece, si trattava di una preda. Ora non sappiamo pi farlo, abbiamo imparato tantissime altre cose ma di fare quella non siamo pi capaci, e se qualcuno ci guarda mentre dormiamo, continuiamo tranquilli a dormire. Non abbiamo pi bisogno di avere sensi cos allenati, cos vibranti. Non siamo pi bestie, noi: siamo gli esseri umani. Dormiamo nelle case, al sicuro, e dentro letti caldi e puliti.
Quel giorno il vecchio, per, percep di essere osservato. E spalanc di colpo gli occhi, proprio come avrebbe fatto il suo diretto progenitore scimmia, un milione di anni fa. (Attenzione, non  un modo di dire, "diretto progenitore scimmia". Se avessimo la possibilit di viaggiare nel tempo e risalire lungo la linea delle generazioni, la madre di ogni madre, il padre di ogni padre, indietro per centinaia di migliaia di anni, a ritroso lungo il cammino lentissimo dell'evoluzione, ci ritroveremmo esattamente di fronte a quella scimmia dal cui seme o dal cui ventre noi proveniamo.)
Il vecchio si era scosso dal torpore e cercava di mettere a fuoco lo sguardo, accecato dalla luce. Davanti a lui, a una ventina di metri di distanza, gli sembr di vedere uno spettro, seduto nell'erba. Una figura sottile, fragile, che a prima vista non riusc a identificare. Cos evanescente, e cos tremante, che non si capiva di che animale si trattasse. Perch era sicuramente un animale: gli occhi - due punti color nocciola, vividi, puntati su di lui - dicevano che dentro quella sagoma minima viveva qualcuno.
Il vecchio, per guardare meglio, si alz in piedi. Lo spettro, spaventato, fece uno scarto di lato e cos il vecchio pot vederlo mentre si allontanava di profilo. Era un cane.
O meglio, era quello che ne rimaneva. Lo scheletro di un cane con la pelle attaccata alle ossa, tesa sulle costole, le zampe lunghe e secche che riuscivano a camminare anche se incerte per la debolezza. La coda a spadino, dritta e parallela al terreno, era l'unico pezzo di quel cane che sembrava energico, in buona salute. Le orecchie enormi, penzolanti, che appese ai lati di quel muso aguzzo sembravano grandi come due bandiere, dicevano che era un segugio o un bracco. Un cane da caccia. Sotto il ventre scavato penzolava un piccolo sesso. Dunque era un maschio.
Il vecchio pens che quel cane doveva essersi perso nel bosco durante una battuta al cinghiale, o alla lepre.
Oppure qualcuno lo aveva abbandonato, scaricandolo da un'auto, considerandolo incapace, o troppo debole. Inutile. Chiss da quanti giorni o da quante settimane vagava, senza cibo e senza riparo, quel cane inutile.
Prov ad avvicinarsi per vedere se aveva un collare, o un segno di riconoscimento, ma ad ogni passo che faceva il vecchio il cane ne faceva quattro nella direzione opposta. Manteneva una distanza fissa, almeno una ventina di metri. Quel cane aveva paura dell'uomo.
Ma aveva anche fame. Una fame tremenda, una fame finale, da ultimi giorni di vita, e lo si capiva dalla figura stremata che si reggeva sulle zampe solo per l'istinto di scappare quando il vecchio si avvicinava.
Il vecchio si ferm per fare smettere quel tremito penoso. E si ferm anche il cane, perch per quanto avesse paura del vecchio sapeva che dove ci sono gli uomini c' cibo. Stava a circa venti metri dal vecchio: il punto di compromesso tra la paura e la fame.
I due si guardavano, fermi. Che cosa pensasse il cane non si sa, ma lo possiamo immaginare: ho fame. Ho una fame tremenda, una fame finale. Se non mangio, morir.
Il vecchio invece, essendo un umano, aveva in testa, tutti assieme, diversi pensieri. Pensava che era davvero malridotto, quel cane, e comunque non doveva essere stato un bel cane neanche quando stava bene. Cos magro e vile destava una certa ripugnanza perch a nessuno piace vedere la disperazione, l'abbandono, la debolezza estrema. Si chiedeva, il vecchio, a chi avrebbe dovuto telefonare per segnalare che un cane abbandonato vagava ai margini della citt. A quale canile o associazione di volontari dovesse rivolgersi perch cercassero di catturarlo, e se ne occupassero loro. Sempre che lo trovassero ancora vivo.
Il vecchio non aveva mai avuto cani e non aveva voglia di averne, troppi impicci, troppe incombenze. Sua nipote Lucilla gi ne aveva uno, una grossa cagna docile e bonaria di nome Roba, che quando veniva a trovarlo insieme alla bambina faceva grandi cacche nel suo prato. Cacche a pinnacolo, ben visibili, ma anche cacche striscianti, nascoste nell'erba: le pi pericolose. Un paio di volte gli erano rimaste attaccate sotto le scarpe, le cacche di Roba. I cani sono simpatici e divertenti, pensava il vecchio, ma abbaiano, sporcano, non obbediscono. Lui aveva sempre cercato di tenersene alla larga.
Ma nessuno di questi pensieri fu pi forte dell'impulso che guid il vecchio nei minuti successivi. Lo chiamiamo impulso per distinguerlo dai ragionamenti, che sono ben altra cosa. Nei ragionamenti contano l'esperienza, il calcolo, l'intelligenza. Un impulso invece  qualcosa che viene da dentro e passa sopra i pensieri, o forse sotto.
 un'emergenza che non lascia il tempo di riflettere.  una cosa che si fa e basta, e solo dopo ci si domanda se  stato giusto o conveniente farla. Diceva, quell'impulso: devo dargli subito da mangiare, a questo cane. Esattamente come, vedendo una pianta che sta seccando, viene l'impulso di annaffiarla. O vedendo un oggetto che sta per cadere, lo si afferra. E se qualcuno sta per affogare, o per precipitare in un burrone, gli si tende la mano per salvarlo. Perch quella voragine fa paura anche a noi. E salvando lui, cerchiamo di salvare noi stessi.
Quel cane magrissimo era sospeso sopra la voragine della fame e della morte. E fu proprio per allontanarsi da quella voragine che il vecchio rientr in casa di fretta, and in cucina e apr il frigorifero. C'era un po' di pasta al pomodoro e due cotolette avanzate. Il vecchio tagli in piccoli pezzi una cotoletta, perch quel miserabile cane gli era parso sdentato. Mise tutto in una ciotola d'alluminio, spezz del pane secco, vers su quel guazzabuglio un poco di latte e usc fuori in cerca del cane. Se mangia, magari riesce a cavarsela, pens.
Ma il cane non c'era pi. Era scomparso, forse era tornato a rifugiarsi nel fitto del bosco. Il vecchio, con la ciotola in mano, fece qualche passo verso il grande sipario verde degli alberi per cercare la bestia nei dintorni o per farsi vedere da lui. Osserv il verde per un minuto buono, frugando con lo sguardo tra i tronchi e il fogliame, ma i suoi occhi vedevano solo un grande mondo di ombre, con pochi tagli di luce tra le fronde. Era il bosco davanti a casa sua, per lui una delle immagini pi consuete e familiari, eppure il vecchio quel pomeriggio lo percep enorme e sconosciuto: quasi fosse la prima volta che lo guardava per davvero. Gli alberi gli parvero altissimi. Ora che il vento si stava calmando non ondeggiavano pi, e incombevano su di lui immobili e silenziosi.
Il vecchio ebbe un piccolo brivido, si sent esposto all'immensit del mondo, arretr di qualche passo sempre guardando il bosco, lasci la ciotola nel prato, a met strada tra gli alberi e la casa, e torn al riparo, anche perch il sole era gi tramontato e l'aria ormai fresca.
Nell'ultima luce dopo il tramonto guard un paio di volte fuori dalla finestra, ma del cane non c'era traccia. Il bosco scuriva, la notte stemperava i colori, tutte le cose, viventi o inanimate, si confondevano e galleggiavano nello stesso incerto colore.
Il vecchio guard un film in televisione mangiando la cotoletta avanzata e bevve un bicchiere di vino. Verso le undici di sera usc nel prato con una torcia, per vedere se il cane aveva mangiato. La ciotola era ancora piena.
Il vecchio and a dormire, pensando che il cane, cos com'era venuto, se n'era andato.
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OGNI CANE HA UN NOME.
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Il vecchio si svegliava sempre presto. Ma di solito rimaneva a letto almeno una mezz'oretta cercando sul tablet qualche notizia del mondo. Anche se erano poche, ormai, le notizie che gli interessavano. Il mondo gli sembrava sempre uguale, un enorme groviglio di guerre, litigi, disgrazie. Un nodo troppo ingarbugliato per essere sciolto. Tutto quello che  sempre uguale, pensava il vecchio, diventa anche molto noioso.  cos che appariva il mondo, a quel vecchio: prevedibile e noioso.
Ma quella mattina, appena aperti gli occhi, invece di controllare sul tablet se per caso il mondo fosse ancora capace di sorprenderlo, il vecchio si alz subito, infil un giaccone sopra il pigiama e usc nel prato. Si era addormentato pensando a quel cane, immaginandolo che tremava nascosto sotto qualche cespuglio, nel fitto del bosco. E si era svegliato con il pensiero del cane ancora acceso dentro la testa. Ci sono dei pensieri che resistono alla notte come la brace sotto la cenere. Molte ore dopo che il fuoco  spento, una piccola luce rossa e calda  ancora nascosta nella cenere grigia e fredda. Cos capit al vecchio: quel pensiero era piccolo, piccolo come il cane, ed era rimasto sepolto nel lungo sonno notturno.
Ma al suo risveglio era ancora acceso.
And a controllare la ciotola. Era vuota. Non era rimasta nemmeno una briciola. Luccicava, per quanto era vuota. Il vecchio non se l'aspettava. Il cane ha mangiato, pens. Dunque non solo  ancora vivo, ma ha anche messo un po' di sostanza su quelle quattro ossa.
Sorrise, raccolse la ciotola da terra e torn in casa.
Mentre beveva il suo caff, seduto al tavolo della cucina, con ancora il giaccone addosso, il vecchio riflett su quella ciotola vuota. Sar stato proprio quel cane a mangiare la pasta al pomodoro, la cotoletta, il pane secco inzuppato nel latte, o qualcuno dei tanti animali del bosco?
Il bosco era molto grande, dai margini della citt saliva fino ai monti, era una immensa macchia verde risparmiata dal cemento, dalle fabbriche, dalle autostrade.
Dentro quel mondo rimasto intatto vivevano il cinghiale, il capriolo, il cervo, il tasso, la volpe, l'istrice, la faina, la donnola, lo scoiattolo, topi di vario formato, per non dire delle tante specie di uccelli e di rettili, le bisce, i serpenti, i ramarri, perfino qualche tartaruga.
Qualcuno diceva di avere visto anche il lupo. Con tutte quelle fauci e quegli stomaci in circolazione non c' nessuna certezza, pens il vecchio, che sia stato proprio quel piccolo cane tremebondo ad avere vinto la partita.
Poi gli venne un altro dubbio. Pens a quanto era piena la ciotola (almeno mezzo chilo di cibo!) e quanto doveva essere piccolo lo stomaco di quel cane. Piccolo e sicuramente rattrappito per la fame. Non avr fatto indigestione? Non sar morto scoppiando come un palloncino troppo gonfio?
Il vecchio cerc sul tablet qualche informazione in proposito, e pi navigava, digitando qui e l con un certo nervosismo, pi si imbatteva in diete bilanciate per cani, quantitativi massimi e minimi, cibi giusti e cibi sbagliati (niente fritti! Fanno malissimo ai cani! Oddio, la cotoletta era fritta!). Ogni riga che leggeva gli sembrava un atto di accusa nei suoi confronti: effettivamente di cani lui non sapeva niente, se non che fanno cacche a pinnacolo o cacche striscianti, come Roba, la cagnona di Lucilla.
Dopo qualche minuto di quel viaggio convulso fra tutte le possibili disgrazie canine, il vecchio per si scosse. Un poco arrabbiato con se stesso. Spense il tablet.
Pens a quanti milioni di esseri viventi, uomini e bestie, piante e foreste soffrono e muoiono nel mondo, e gli sembr sproporzionato, anche un po' imbarazzante, sentirsi in ansia proprio per quell'avanzo di cane: una goccia smarrita in un oceano di fame, di paura, di dolore. E poi lo avevano sempre irritato le smancerie che si fanno a cani e gatti, le cure maniacali, quei ridicoli negozi pieni di cappottini, scarpine, lettini, giochini, come se i cani e i gatti fossero bambini o bambolotti da travestire, e non quello che sono: animali. Non si  mai visto un animale con il cappottino scozzese, agli animali il pelo basta e avanza per sentirsi vestiti di tutto punto. In uno di quei negozi nel centro della citt, il vecchio aveva visto anche una borsa dell'acqua calda per cani, e si era domandato quando l'umanit era diventata cos stupida da credere che un cane potesse averne bisogno.
Si lav e si vest come ogni mattina. Giurando a se stesso che avrebbe smesso di preoccuparsi per quel cane: se era lui che aveva mangiato, e stava un po' meglio, bene. Se no, amen.
Aveva appena finito di abbottonarsi la camicia quando sent suonare il cellulare. Videochiamata. Ecco la faccia seria di Lucilla, con gli occhi neri fissi nel vuoto che aspettavano di veder comparire la faccia del nonno. Spesso la bambina, prima di andare a scuola, gli telefonava per salutarlo.
Appena il nonno risponde e lei lo vede, un sorriso le accende il viso, e i ricci neri si scuotono.
"Ciao nonno, come stai?"
"Sto benissimo. Anche tu, mi sembra."
"Io sto andando a scuola e volevo salutarti."
"Grazie. Io invece sono a casa e aspetto che vieni a trovarmi."
"La mamma dice che mi porta sabato. Viene anche Roba."
"Lo so che viene anche Roba... Pensi che far molta cacca, il TUO cane nel MIO prato?"
Lucilla ride: "Moltissima! Una montagna!".
A questo punto il nonno ha un'esitazione. Ha voglia di raccontarle dell'apparizione, davanti a casa, di un altro cane, anzi lo spettro di un cane. E se poi il cane non si fa pi vivo? Se  stato inghiottito dal bosco, o  morto di indigestione, o di fame? Ma non sa resistere alla voglia di dirglielo:
"Lo sai che ieri sera, qui da me,  arrivato un cane?".
Lucilla spalanca gli occhi.
"Un cane? Un cane come?"
"Un cane. Quasi un cane, insomma."
"E come si chiama?"
"...Mah. Non credo che abbia un nome."
"Non  possibile, nonno! Non lo sai che tutti i cani hanno un nome?"
"Be', questo non credo ne abbia mai avuto uno. Dev'essere un randagio."
"Che cosa vuol dire mandagio?"
"Randagio. Vuol dire che non ha un padrone, oppure ne aveva uno ma non lo trova pi."
Lucilla tace. Diventa la Lucilla pensierosa che il nonno ammira come si ammira una meraviglia della natura, una stella, o la luna, o un fiume o una montagna. I suoi occhi neri non guardano pi dritti nello smartphone, ma di sbieco, fissano un punto misterioso che solo lei vede.
Poi dice:
"Allora un nome devi darglielo tu, nonno".
"Io? E come faccio? Io non ho mai dato nomi ai cani."
"Ma sono capaci tutti! Si fa cos: devi guardarlo bene e poi il nome ti viene."
"Ma l'ho visto una volta sola, poi  scappato via..."
" bello?  grande? Di che colore ?"
(Voce della mamma: "Luci, facciamo tardi a scuola".)
"Be', bello direi proprio di no.  piccolo.  marroncino, anzi color nocciola. E soprattutto  pelle e ossa."
"Che cosa vuol dire pelle e ossa?"
"Che  cos magro che sotto la pelle si vedono le ossa."
Un paio di secondi di Lucilla pensierosa, poi si illumina. Guarda fisso il nonno e strilla:
"Osso! Devi chiamarlo Osso!".
"...Osso," mormora il vecchio facendo eco alla bambina. "...Osso," ripete una seconda volta.
(Voce della mamma "Fatela finita, voi due, siamo in ritardo!".)
"Va bene, Lucilla. Mi sembra un nome molto adatto. Lo chiameremo Osso. Ora vai a scuola. Ci vediamo sabato."
"Ciao nonno."
"Ciao bimba."
Finita la videochiamata, il vecchio rimase seduto per un po' sul bordo del letto. Sentiva ancora la voce di Lucilla squillare nella stanza. Le quattro lettere di Osso, con il loro suono secco, erano rimaste nell'aria, eppure erano gi passati almeno due o tre minuti da quando Lucilla aveva strillato: "Osso!".
Alcuni momenti, che sono brevi come un lampo, lasciano il segno pi di un mese intero. Sono momenti perfetti, momenti magici, sono il riassunto di migliaia di minuti, di parole, di gesti. Il volto acceso di Lucilla che grida "Osso!"  stato, per il vecchio, come un piccolo bang, un fuoco d'artificio, uno stadio che esplode per un gol. Ci ripensa e sorride, lo sente e lo vede ancora, quel lampo. "Osso," ripete il nonno, "Osso, Osso..."
Poi si alza, torna in cucina, vede se c' ancora un po' di caff da riscaldare. Guarda fuori dalla finestra, non c' traccia del cane, solo un paio di merli fanno baccano ai piedi di un cespuglio. Il vecchio pensa che la situazione  seria: adesso non  pi un cane qualunque, adesso  proprio quel cane, adesso  Osso. Per i cani avere un nome o non averlo  del tutto indifferente, ma per gli uomini dare un nome alle cose significa considerarle importanti.
Sono nei guai, pens il vecchio. Oggi  mercoled. Sabato, quando arriva Lucilla, se Osso non ci sar lei penser che non ho avuto cura di lui.
Usc nel prato e chiam ad alta voce: "Osso! Osso!".
La sua voce si perse nel vuoto. Si sent sciocco per avere gridato un nome che fino a pochi minuti prima neppure esisteva. Non basta dare un nome alle cose per illuderci che le cose ci appartengano.
Il vecchio torn in casa, vide che il suo frigorifero era quasi vuoto e decise di andare a fare la spesa.
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IL SANGUE DELLA LEPRE.
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Il vecchio usc dal cortile sul retro della casa con la sua vecchia automobile. A mano a mano che andava verso il centro, il traffico diventava pi fitto, i semafori pi numerosi, le vetrine pi scintillanti. Al vecchio era sempre piaciuta la confusione della citt. Da quando viveva da solo, tutta quella gente, quelle case, quelle luci, quel movimento ininterrotto gli davano una piacevole sensazione di energia. Non era la sua energia, era quella degli altri, ma se ne sentiva comunque trasportato, come un pezzo di legno nella corrente di un fiume. Si sentiva parte di quel grande muoversi, parlare, comprare, vendere, di quelle luci e di quel baccano. Andare in citt voleva dire, ogni volta, sentirsi un po' meno vecchio e meno solo.
Anche quella mattina era contento di immergersi nella vita della citt, ma per la prima volta, via via che si allontanava da casa, sent pulsare alle sue spalle la presenza del bosco. La sent come non gli era mai capitato prima. Vedeva le vetrine, le altre automobili, le persone che attraversavano, la gente che entrava e usciva dai negozi, ma nel profondo della sua mente erano ancora impressi tutti quegli alberi che danzavano, scossi dal grande vento del giorno prima. Come quando ti sei svegliato, ma non riesci a levarti di dosso quello che hai sognato e le sensazioni che hai provato sognando. Come quando una canzone, che hai sentito chiss quando, ti torna in mente per conto suo e cominci a fischiettarla. Non sei tu che l'hai scelta,  la canzone che ha scelto te. Anche i sogni non si scelgono: arrivano da soli, e arrivano quando vogliono loro.
Comperava per s sempre le stesse cose. I vecchi sono abitudinari. Ma si ferm qualche minuto davanti agli scaffali di cibo per animali. Scatolette di ogni colore.
Sacchi di crocchette. Biscotti, biscottini, biscottoni.
Scelse una scatoletta per ogni tipo: manzo, pollo, anatra, salmone, pesce azzurro, agnello. Pens che se Osso fosse sparito per sempre avrebbe tenuto quelle scatolette per il cane di Lucilla, che mangiava, vorace e rumoroso, montagne di cibo.
"Ha preso un cane?" si stup la cassiera che lo conosceva da tempo.
"Macch,  per il cane di mia nipote."
"Ah ecco, lo dicevo io. Non mi sembrava un tipo da cane, lei."
Il vecchio pag e spinse il carrello fino alla sua automobile, chiedendosi: come saranno i tipi da cane?
"Non sono un tipo da cane," mormorava il vecchio guidando verso casa. E intanto sorrideva. Parlava spesso da solo, come capita a chi vive solo. E sorrideva da solo, come capita a chi vive solo. In fondo alla strada, dietro le ultime case della citt, si vedeva la montagna, e il grande bosco che la risaliva fino in cima e si perdeva contro il cielo azzurro. Il vecchio era contento di tornare verso la montagna. Pens che quando si fosse sentito pi in forze avrebbe provato ad arrivare in cima. C'era un sentiero che partiva poco lontano da casa sua e finiva chiss dove, lungo la groppa dei monti, ma non l'aveva mai percorso per intero. Chiss perch era sempre tornato indietro.
L'idea di inoltrarsi da solo in mezzo a quel mondo di alberi, di ombre, di animali selvatici, gli dava una leggera inquietudine. Da quando si era ammalato si sentiva meno sicuro di se stesso. Gli era rimasta, anche molti giorni dopo che la febbre era finita, una certa debolezza nelle gambe. Magari, pens il vecchio, fino in fondo al bosco ci vado con Lucilla e Roba. Si stup di scoprire che la presenza di una bambina di sette anni potesse dargli sicurezza. Sono io che dovrei proteggere lei, si disse il vecchio. E quel pensiero di debolezza lo fece sentire proprio vecchio. Sospir profondamente, si scosse, cacci la malinconia, scese dall'automobile con un mezzo salto (lo vedi che non sei vecchio?), port i sacchetti della spesa in cucina e per prima cosa rovesci una scatoletta di manzo nella ciotola di alluminio e usc nel prato.
Il prato, nella luce potente della tarda mattinata, era verdissimo. Un verde cos intenso che il vecchio se ne riempiva gli occhi come se volesse farne scorta. Appoggi la ciotola in mezzo all'erba, nello stesso punto dove l'aveva lasciata la sera prima, e torn in casa. Rimase qualche minuto alla finestra per vedere se per caso fosse arrivato Osso, attirato dal cibo. Sapeva, il vecchio, che i cani hanno un olfatto potentissimo e sentono gli odori anche a grande distanza. Poi cominci a trafficare in cucina, accese la tv per sentire il telegiornale e fece tutte le cose che faceva ogni giorno da molto tempo; ma ogni tanto andava alla finestra per controllare se il cane fosse ricomparso. Pass cos il pomeriggio. E venne la sera.
Era buio pesto quando il vecchio, come il giorno prima, usc con la sua torcia a controllare. Il manzo era ancora nella ciotola. Cacci qualche mosca che volava attorno al cibo. Prov a fischiare. Ma fischiava malissimo.
Poi chiam "Osso", a mezza voce, sentendosi ridicolo. Alz le spalle, torn in casa e and a dormire, perch era stanco e nel pomeriggio non aveva riposato.
Il vecchio era dispiaciuto che Osso fosse sparito, anche se non voleva ammetterlo. Mentre aspettava di addormentarsi si chiese se non sarebbe dovuto andare a cercarlo nel bosco. Ma quel cane era cos spaventato, cos sospettoso che era impensabile che si lasciasse trovare. Ammesso che fosse ancora vivo, che fosse stato lui a mangiare il cibo del giorno prima, non c'era nessuna possibilit di ritrovarlo, a meno che fosse lui a tornare.
Aveva pensato al cane tutto il giorno, e nuovamente si indispett. Con tanti cani che si perdono, uno di pi uno di meno non fa nessuna differenza. Quel pensiero - non fa nessuna differenza - finalmente lo fece addormentare.
Non si sa bene da dove arrivino i sogni. Gli antichi pensavano che venissero dal cielo, o dal profondo della terra, l dove vivono gli dei, quelli benevoli e quelli maligni. Medici e scienziati dicono invece che i sogni vengono da dentro di noi. Sono le nostre voci dall'interno, un interno cos interno che non sappiamo neanche dove sia, e soprattutto non possiamo controllarlo. Nessuno, nemmeno il pi intelligente, il pi potente, il pi ricco degli esseri umani pu decidere che cosa sognare. Non c' un catalogo nel quale siamo liberi di scegliere, non esiste un Netflix dei sogni. Il palinsesto dei sogni non lo decidiamo noi. Si combina da solo, sogno dopo sogno.
Il vecchio non sognava da parecchio tempo. O perlomeno, se anche avesse sognato, non ricordava cosa.
Quella notte, invece, sogn. E fu un sogno fortissimo, di quelli che ti fanno svegliare di soprassalto. C' una specie di interruttore che ci fa svegliare di colpo, quando vogliamo scappare da un sogno che ci spaventa o ci fa stare male.
Sogn, il vecchio, che stava in piedi al limitare del bosco. Era proprio il suo bosco, ma come capita nei sogni era diverso da quello vero. Questo bosco scendeva verso una valle profonda, e la casa del vecchio era in alto. Lui guardava in gi, cercando qualcosa che aveva perso. Aveva perso la ciotola di alluminio, e frugava con lo sguardo nel fogliame fitto. Sperava, in mezzo a tutta quell'ombra, di vedere un guizzo di luce che rivelasse la presenza della ciotola. Ma ovunque c'erano solo foglie, rami, oscurit, e il bosco sembrava impenetrabile.
Tutto  nascosto, mormorava il vecchio nel sogno, tutto  nascosto. Se almeno si vedesse l'imbocco del sentiero, potrei andare a cercare la ciotola. E camminava lungo il prato per trovare un'apertura nel sipario fitto degli alberi. Ecco finalmente il sentiero. Il vecchio affretta il passo per entrare in quel varco. Ma appena lo imbocca vede, davanti a lui, un cane magrissimo che tiene qualcosa in bocca.  Osso: un po' pi grande di quello vero, ma sottile e vibrante cos come l'aveva visto il giorno prima.
Tra le fauci il cane tiene una lepre insanguinata, grande quasi quanto lui. La lepre  morta, il vecchio guarda con orrore la testa penzolante dell'animale. Gli sembra che gli occhi della lepre lo stiano fissando. Anche Osso lo sta fissando: la preda e il predatore hanno lo stesso identico sguardo. Due punti neri luminosi, vivi. Paiono vivi anche gli occhi della preda, ed  un dettaglio che spaventa il vecchio: perch mi guarda, se  morta? Fa un passo indietro, inciampa, cade, non riesce a rialzarsi, disteso a terra sente il cane passare veloce, con la lepre in bocca, a pochi centimetri da lui, nel sentiero stretto. Sente sul viso un alito caldo, la presenza animale, l'odore di selvatico, sente l'odore ferroso del sangue, e prima che riesca a girare il volto dall'altra parte uno schizzo caldo lo colpisce sulla fronte. Capisce che  il sangue della lepre, vorrebbe pulirsi, vorrebbe alzarsi, vorrebbe fuggire, ma  paralizzato, come nei sogni. Si sveglia di colpo.
Il vecchio si mette seduto sul letto, accende la luce e guarda l'ora: le cinque del mattino. Quasi l'alba, l'ora dei sogni, quando buio e luce sono in bilico, e in quell'incertezza tutto sembra per met vero, per met un inganno. Si passa le mani sulla faccia, un po' per svegliarsi, un po' perch ha ancora la sensazione del sangue sulla fronte. Respira profondamente, vuole svegliarsi meglio, vuole uscire del tutto dal sogno.
Che incubo, pensa il vecchio, che ha sempre avuto paura del sangue. Poi ci ripensa, cerca di mettere a fuoco le immagini. Non era poi cos brutto, quel sogno. Certo lo sguardo della lepre, che pareva viva anche da morta, era impressionante. E anche cadere all'indietro, con la sensazione di non riuscire pi a rialzarsi. Ma nel momento in cui, riverso sul sentiero, il cane gli era passato accanto, e quell'odore di selvatico, quella vampa di vita e di morte lo sfiorava, aveva provato anche una specie di eccitazione, un brivido profondo.
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ANCHE I CANI SOGNANO.
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Anche i cani sognano. Nessuno ha mai saputo con precisione che cosa sognano, perch i cani non parlano.
Ma basta guardare un cane mentre dorme per capire che sta sognando. All'improvviso sospira, trema, sussulta, guaisce. Certe volte abbaia. Muove le zampe perch sta inseguendo qualcosa o sta fuggendo da qualcuno.
Prova emozione e prova spavento, prova tristezza e prova allegria. Insomma, sogna. Proprio come noi.
Mentre il vecchio faceva il suo sogno, quella stessa notte, forse alla stessa ora anche Osso dormiva da qualche parte, nascosto nel bosco, rifugiato sotto un cespuglio, accoccolato ai piedi di un albero o nella tana abbandonata da qualche altro animale. E mentre dormiva sognava.
Non sapremo mai dove si era rifugiato. E neppure sappiamo se davvero abbia sognato. Ma  molto probabile che lo abbia fatto. Forse sognava la ciotola argentea dentro la quale aveva trovato il cibo che lo aveva sfamato. Sognava quel vecchio - dieci volte pi grande di lui, un gigante ai suoi occhi - che aveva lasciato la ciotola in mezzo al prato, e poi era sparito dentro la sua immensa tana. Sognava l'uomo e la sua casa, che di notte faceva luce e dalla quale uscivano rumori misteriosi e sconosciuti alle bestie, porte che si chiudono, voci, musica, motori. I suoni della civilt umana.
Magari Osso era nato in una casa, o in un cortile, e aveva gi sentito suoni simili. Ma se gli uomini che abitavano in quella casa lo avevano picchiato, o maltrattato, o abbandonato, "casa" e "uomo" per lui non significavano protezione e nutrimento, ma dolore e tradimento.
Quando dormono, gli animali e gli uomini si assomigliano molto. Il corpo, dopo tanto camminare, correre, sedersi, alzarsi, piegarsi, finalmente  immobile. Solo il respiro e il battito del cuore dicono che quella figura inerte  viva. Cos viva che sta accumulando energia per il tempo che verr.
Nel sonno si diventa orizzontali. Forse, per riposarsi meglio,  necessario adagiarsi lungo la grande linea che separa la terra dal cielo. (Solo il serpente  orizzontale anche da sveglio, e dev'essere proprio per questa sua facolt che molti diffidano di lui.) Certi animali, anche quelli mastodontici, cos grandi che quando sono in piedi li vedi a un chilometro di distanza, quando dormono quasi non si vedono. Il corpo di chi dorme  abbandonato sul letto o sul divano, nell'erba della savana o in una grotta, su un prato, sotto un albero, ovunque si senta al sicuro. La mente non deve pi governare i movimenti, decidere la direzione da prendere, e nel caso di noi umani non deve pi scegliere le parole da dire, compito molto faticoso. Quando si dorme la mente  libera da impegni,  in vacanza, e comincia a girovagare.
La mente galleggia nel buio e quasi subito incontra luci impreviste. Sono ricordi profondi, vicini e lontani.
Possono essere di poche ore prima oppure dell'infanzia, mescolati tra loro come se non avessero tempo. Possono essere immagini di persone che non ci sono pi, eppure qui parlano, sorridono, ti abbracciano quasi fossero ancora insieme a te. E poi, nei sogni, ci sono molte immagini mai viste, una specie di cinema a sorpresa, e al risveglio ci domandiamo da dove siano arrivate. Non le avevamo mai vissute. Le abbiamo solo sognate.
Gli antichi credevano che quelle immagini fossero profezie: anticipavano il futuro. Se erano luminose e serene, annunciavano la fortuna. Se erano spaventose o tristi, annunciavano disgrazie. Quando facciamo un bel sogno, ci svegliamo felici. Quando il sogno  brutto, fino a quando la realt non ha ripreso il sopravvento rimaniamo turbati.
 cos per gli uomini,  cos per i cani. Dunque, se immaginiamo che quella notte Osso abbia sognato il vecchio, proprio mentre il vecchio stava sognando Osso, quasi sicuramente abbiamo immaginato la verit. Si sognarono a vicenda, quella notte, l'uomo e il cane.
Ma torniamo al vecchio. Appena uscito dal suo sogno, e dopo essersi lavato la faccia con manate d'acqua fredda, si vest in fretta, mise il solito giaccone, prese la torcia e and nel prato. La ciotola era vuota.
Anche quella notte - la seconda - il cane aveva mangiato. Furtivo, quando non c'era nessuno. Certo, potevano essere state le bestie del bosco. Ma il vecchio pensava che fosse stato proprio Osso. Ne era quasi sicuro. Forse era ancora l intorno. Forse Lucilla, sabato, avrebbe potuto vederlo e strillare il suo nome.
Mentre la prima luce del giorno cominciava a dare rilievo alle cose del mondo, il vecchio grid il nome di Osso, ma niente si mosse, attorno a lui.
Tutto era fermo, misterioso. Tutto sfuggiva al suo controllo. Il vecchio, solo davanti al bosco, percep la grande potenza che gli stava di fronte. Da l, da quel fitto, da quelle ombre era arrivato Osso, e l dentro era tornato a nascondersi. In piedi sul prato, davanti alla sua casa, il vecchio si sent l'ultimo abitante del mondo conosciuto, alle soglie di un mondo sconosciuto.
Se voleva rivedere Osso, poteva solo riempire una ciotola e aspettare. Cercare un cane piccolo e spaventato in quel labirinto di alberi era un'impresa impossibile. Poteva solo aspettare.
Rimase per qualche istante a testa bassa, con gli occhi chiusi e le braccia conserte. Sentiva l'aria fresca del mattino sfiorargli le tempie. Respir forte, e il respiro entrava e usciva dal suo corpo con la forza del vento.
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IL SENTIERO RITROVATO.
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Quando rialz la testa, forse un minuto dopo, forse due, lo vide. Il cane era fermo, seduto a una decina di metri da lui. C'era abbastanza luce ormai per distinguere nei dettagli la sua sagoma sottile. Il muso aguzzo come una matita, le grandi orecchie morbide e penzolanti, le zampe secche come grissini. Era cos magro che visto di fronte pareva una ferita. Stava fissando il vecchio, e il vecchio lo fissava.
"Buongiorno Osso," mormor il vecchio.
Il cane fiut brevemente l'aria come fanno i cani, alzando al cielo il naso umido e nero. Voleva registrare meglio l'odore di quel vecchio.  il modo con il quale i cani danno un nome agli uomini, ai posti, agli altri animali, a tutte le cose: Odore 3, Odore 9, Odore 14, chiss che odore era, per Osso, quel vecchio. Poi si gir verso il bosco e se ne and, al piccolo trotto, scomparendo nel fitto.
Questa volta non  scappato, pens il vecchio. Se n' solo andato.
Com'era contento il vecchio, ora che aveva rivisto il cane,  una cosa difficile da spiegare. Lui stesso se ne meravigliava. Era contento come un bambino, anzi era contento come un cane.
La sua testa d'uomo, la sua esperienza, la sua ragione, l'idea che si era fatto della vita consideravano quel cane solo un dettaglio, un episodio senza troppa importanza. Ma quando lo aveva visto il cuore aveva fatto un piccolo salto, e tutto il corpo del vecchio si era animato, ravvivato.
Sono uno stupido, pens il vecchio. Uno stupido che si preoccupa per uno dei milioni di cani senza padrone che vagano per il mondo. Ma torn in casa con una energia che non si sentiva addosso da molto, moltissimo tempo.
E subito riemp di nuovo la ciotola e torn a metterla al suo posto, in mezzo al prato. Guard il cielo e non c'era una nuvola, sopra le cime degli alberi tutto era azzurro, solo azzurro. Era una di quelle mattinate di primavera che fanno venire voglia di muoversi, di camminare all'aperto, di respirare l'aria nuova. Il vecchio decise che era il momento perfetto per fare due passi, prima che il sole fosse troppo alto e arrivasse il caldo. Controll di avere il telefono in tasca, chiuse a chiave la porta di casa e si incammin lungo il margine del bosco, per ritrovare l'imbocco del sentiero che saliva verso la montagna.
Ne aveva un ricordo vago, di molti anni prima. Lo aveva percorso solo per un breve tratto ed era tornato quasi subito indietro, perch il vecchio, quando non era ancora vecchio, aveva poco tempo, lavorava molto, era sempre di fretta. Ma proprio quella notte aveva sognato il sentiero, e sul sentiero aveva sognato di incontrare Osso. Forse il vecchio se ne rese conto, o forse no, ma andare in cerca del sentiero era un modo per continuare il suo sogno anche da sveglio.
Camminava con prudenza, abbastanza lentamente, perch non si fidava troppo delle sue forze. Ma in pochi minuti sent le gambe muoversi da sole e il suo corpo prendere forza, come un motore fermo da molto tempo e adesso finalmente riacceso e pieno di energia. Mentre camminava contento di camminare, il vecchio si domand come mai, nei mesi e negli anni precedenti, non fosse pi tornato su quel sentiero. E perch non ci aveva mai portato Lucilla e Roba?
Forse perch Lucilla era ancora troppo piccola. O forse perch aveva paura che Roba, inseguendo qualche traccia di animale, si perdesse nel bosco.
Ecco l'imbocco del sentiero, dietro una grande quercia. Un cartello di legno indicava il percorso: "Passo delle Quattro Croci, 3 ore 1/2. Transito vietato ai veicoli a motore". Intorno, nessun essere umano. Il sabato e la domenica arrivava dalla citt gente a piedi e in bicicletta, ma era gioved mattina, tutti erano al lavoro, e quel sentiero sembrava esistere solo per quel vecchio pensieroso, che cominci a risalirlo.
Sentiva solo il rumore dei suoi passi, il ritmo del suo respiro e il canto degli uccelli, che al suo passaggio fuggivano con un frullo d'ali verso i rami alti. Un picchio rosso gli attravers la strada volando radente, a lunghi balzi, schiamazzando per dare l'allarme. Nei tagli di luce, in mezzo al fogliame, galleggiava il fragile volo delle farfalle, e ovunque ronzava indaffarato il popolo degli insetti, il pi numeroso del pianeta. Ai bordi del sentiero, a migliaia, i fiori lustri e profumati della primavera, nuovi di zecca, festeggiavano il ritorno della vita. Pens il vecchio: sabato, quando arriva Lucilla, veniamo qui.
Ad ogni svolta del sentiero il vecchio sperava di incontrare di nuovo Osso, come nel sogno. Spingeva lo sguardo davanti a lui, oppure nel fitto del bosco, ma vedeva solo foglie, tronchi, ombra, lame di luce che penetravano oblique, perch il sole era ancora basso sull'orizzonte.
Cammin cos per chiss quanto, dimenticando il tempo, godendosi i suoni, gli odori, i colori. Fino a quando, ferma sul sentiero, vide una lepre. Il vecchio si ferm. La lepre non lo aveva visto n sentito, era accucciata accanto a un cespuglio. Era identica a quella che aveva sognato, una grossa lepre con le lunghe orecchie diritte. Stava masticando qualche erba, qualche fiore.
All'improvviso la bestia trasal: aveva percepito la presenza del vecchio.
In quattro salti scomparve in mezzo agli alberi.
Il vecchio guard l'orologio: camminava da pi di un'ora e non se n'era accorto. Decise di tornare indietro.
Lo fece di buon passo, contento della passeggiata, un po' deluso perch, lungo il sentiero, non aveva incontrato Osso.
Non aveva incontrato Osso ma aveva incontrato il bosco. Aveva ritrovato odori, colori, sensazioni dimenticati da molti anni. Aveva sentito il suo cuore battere allo stesso ritmo del suo cammino, aveva ritrovato lo stesso passo rapido e leggero che aveva prima di ammalarsi, quando non si sentiva ancora vecchio. Era dunque contento, il suo umore era diventato azzurro come il cielo, il suo sguardo e i suoi pensieri erano ripuliti dalla luce di quella radiosa mattinata di primavera.
E fu ancora pi contento, il vecchio, quando arrivato a casa si accorse che Osso era l, sdraiato a pochi metri dalla ciotola vuota. Dormiva al sole, e il suo corpo abbandonato era cos minuto che in mezzo all'erba si vedeva solo una macchia color nocciola. Le lunghe zampe sottili e le grandi orecchie morbide, finalmente libere dal fremito della paura e della fame, giacevano immobili. Tutto era quieto, attorno al cane, e quieto il cane, con la pancia piena e il cuore a riposo. Cercando di non fare rumore il vecchio entr in casa. Dalla finestra della cucina ogni tanto guardava il prato per vedere se il cane c'era ancora. E c'era: dorm tutta la mattina e fino alle prime ore del pomeriggio. Il vecchio, intanto, faceva le sue cose: cucin due uova fritte, mise in ordine, traffic con il computer, fece un paio di telefonate. Ma sempre con un occhio al prato, e al cane che dormiva.
Dormiva, Osso, come da chiss quanto tempo non gli riusciva di fare. Nessuno sapr mai da quali spaventi, da quali fughe, da quale freddo senza riparo, da quale solitudine senza soccorso veniva quel piccolo cane. Ora dormiva, sazio, accanto a quella ciotola preziosa, che gli aveva dato salvezza. Forse sognava, e se sognava erano sogni tranquilli, perch nemmeno una volta, delle cento che il vecchio lo guard dalla finestra, lo vide scuotersi o agitarsi.
Tra due giorni, pens il vecchio, quando verr Lucilla, Osso sar qui, e andremo tutti insieme nel bosco per camminare in mezzo ai fiori, e sentire il canto degli uccelli.
Verso sera, quando il cane se n'era gi andato nel suo misterioso nascondiglio tra gli alberi del bosco, il vecchio usc per riempire la ciotola di cibo. Decise che lo avrebbe fatto due volte al giorno, al mattino e alla sera.
Non aveva mai avuto orari, il vecchio, perch viveva da solo e dunque mangiava quando voleva e dormiva quando voleva. Ma adesso doveva tenere conto di quel piccolo cane, e della piccola cura che doveva dargli. Si sent un po' meno libero, ma un po' meno solo.
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OSSO APPARE E SCOMPARE.
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Il giorno dopo Osso sbuc dal bosco quattro o cinque volte. La prima volta, di mattina presto, per mangiare: un minuto dopo che il vecchio aveva lasciato la ciotola sul prato, il cane era gi l. Aveva sentito l'odore del cibo, o l'odore del vecchio. Dalla finestra della cucina il vecchio pot finalmente osservarlo bene mentre mangiava. S, era davvero magrissimo, ma il vecchio ebbe l'impressione, dopo tre giorni di cibo abbondante, che fosse un po' pi in forze, e le costole sporgessero gi di meno.
Non era pi uno scheletro ambulante. Sembrava quasi un cane. Ingoiava avidamente il cibo senza nemmeno masticare, con le grosse orecchie che pescavano nella ciotola. I segugi hanno orecchie veramente enormi, due morbidi drappi di velluto, sottili e fruscianti. E a vederli si ha l'impressione che certe volte non sappiano bene che farsene, di quelle orecchie. Non possono certo raccoglierle dietro la nuca con un fermaglio, come fanno le ragazze con i capelli lunghi... Il vecchio si divert all'idea che quel cane, per mangiare, fosse costretto a intingere le orecchie nel cibo. E per bere, a immergerle nell'acqua.
Gi, l'acqua! Il vecchio pens che avrebbe dovuto lasciare sul prato anche una ciotola piena d'acqua. Sicuramente Osso beveva nel bosco, in un ruscello o in qualche pozza; ma ormai si andava verso l'estate e verso il caldo, le pozze e i ruscelli di primavera si sarebbero prosciugati, meglio abituare il cane a trovare l'acqua vicino alla casa.
Cibo, acqua, poi gli sarebbe mancato solo un posto dove dormire al riparo.
Una seconda volta il vecchio vide Osso passare con il naso a terra, indaffarato, frenetico, attraversando il prato a zig zag. Sono le misteriose rotte dei cani, che gli uomini non capiscono. La superficie del mondo  piena di tracce odorose, una fitta rete invisibile che i cani sanno leggere con il naso, gli uomini no. Il terreno, per i cani,  come un libro aperto. Ogni tanto si fermano e fanno pip. Aggiungono una riga a quel libro, e in quella riga c' scritto, nel linguaggio dei cani: io sono stato qui.
Ci sono cani, particolarmente loquaci, che possono fare anche trenta o quaranta pip al giorno per segnalare al mondo la loro presenza. Io sono stato qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui. E anche qui.
Una terza volta lo vide seduto sul margine del bosco, ai piedi di un grande faggio, uno degli alberi preferiti del vecchio perch cambiava colore di stagione in stagione.
Osso, immobile, guardava in alto, forse aveva visto uno scoiattolo, o uno dei gatti solitari e pensierosi che passavano di l, venendo da chiss dove e andando chiss dove. Il vecchio usc di casa e, piano piano, prov ad avvicinarsi al cane, che per, appena se ne accorse, scomparve nel bosco.
Le altre volte che Osso pass nel prato, forse due, forse tre, il vecchio non lo vide, perch stava facendo altro. Osso, invece, quasi in ogni momento sapeva dov'era il vecchio: se era in casa o se era uscito sul prato. Se si muoveva o se era immobile. Questa era una delle grandi differenze tra quel vecchio e quel cane. Ed , pi in generale, una delle grandi differenze tra gli uomini e le bestie: le bestie sanno quasi sempre dove sono gli uomini, ne avvertono la presenza o l'odore, ne sentono i passi anche a una notevole distanza. Per gli uomini invece la presenza delle bestie, il loro apparire, il loro scomparire,  spesso imprevedibile. Inspiegabile. Una sorpresa. Un mistero.
Un po' come accade con i sogni, che arrivano quando vogliono loro, nella forma che vogliono loro, e nessuno al mondo  in grado di dominarli, di comprarli o di venderli. Gli animali dunque assomigliano ai sogni.
Vanno, vengono, appaiono, scompaiono,  la natura a dettare il loro percorso.
Un cane piccolo e disperso aveva dunque il potere di scegliere se farsi vedere oppure no; se rimanere oppure no; se accettare la vicinanza di quell'uomo oppure no; e quell'uomo sapeva benissimo che sarebbe stato il cane a decidere. Questo lo affascinava, di quel misero cane magro: era libero di andarsene, era libero di restare. Era, alla sua maniera, una creatura potente.
La sera di venerd il vecchio pens, felice, che la mattina dopo sarebbe arrivata Lucilla, e sarebbe rimasta con lui fino a domenica. Pass la serata al computer cercando notizie sul comportamento dei cani, sulla grande variet di razze esistenti, sulla storia del rapporto antichissimo tra l'uomo e il cane. Ad ogni clic apparivano, ai lati del testo, finestrelle che facevano pubblicit ai prodotti per cani, cappotti e cappottini, biscotti e biscottini, cucce di lusso e cucce da poco, offerte speciali, sconti straordinari. Ma il vecchio nemmeno le guardava, era stato quasi tutta la mattina nel bosco e non aveva nessuna voglia di ritrovarsi in un supermercato. Osso gli piaceva perch era un animale, non un giocattolo. Un animale sbucato dal fitto degli alberi. Dal misterioso regno della natura, le cui leggi sono pi forti dell'uomo.
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UNA DANZA SUL PRATO.
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Venne la mattina del sabato. Davanti alla porta della casa, quella che dava verso la citt, comparve la macchina rossa della mamma di Lucilla. La bambina scese e corse ad abbracciare il nonno, che la sollev da terra e sent un buon odore di sapone e di caramella alla fragola. Anche Lucilla sent gli odori del nonno: il dopobarba al sandalo, i tanti caff, la naftalina che impregnava i suoi pullover creavano una miscela che la bimba avrebbe riconosciuto tra mille. Era un odore di vecchio, era un odore di buono.
Molti ma molti anni dopo, quando il vecchio mor, Lucilla, che era gi una donna, aprendo l'armadio nella camera da letto del nonno sent quell'odore. Fu come se, tutti insieme, gli abbracci del nonno fossero ancora l con lei, in quel momento, in quella stanza. Gli odori sono potenti, come i sogni. Nei sogni il tempo non conta pi niente, nei sogni i morti sono vivi e parlano. Anche molti odori sono pi forti del tempo, perch possiedono il passato. Lo fanno sprigionare dai cassetti, dai vestiti, dalle case, dai posti dove le persone hanno vissuto e hanno lasciato le loro tracce.
La mamma di Lucilla apr il portellone dell'auto. E salt fuori Roba, una cagna grande, bianca e pelosa, pastore maremmano incrociato con qualche altro ammasso di peli. Con l'impetuosa coda che sventolava come una bandiera, Roba salut il nonno appoggiandogli le zampe anteriori sul petto.
"Presto sar troppo vecchio per reggere questo orso bianco," disse il nonno.
La madre della bambina salut il vecchio, rimprover affettuosamente la cagna per l'eccesso di entusiasmo, lasci una piccola borsa con le cose di Lucilla, disse che sarebbe tornata il pomeriggio del giorno dopo a riprendere la bambina e il cane. Risal in macchina e fu subito inghiottita dalla citt. Le citt fanno sparire le persone come i boschi fanno sparire le bestie.
Lucilla e Roba attraversarono di corsa la casa per andare nel prato. Nel breve tragitto la coda di Roba, in piena euforia, sbatteva contro i mobili e le porte facendo un fracasso che metteva allegria. Subito furono nel prato, e il vecchio dietro di loro.
La prima cosa che fece Roba, al termine di una breve corsa, fu una enorme cacca. La prima cosa che fece Lucilla, al termine di una breve corsa, fu voltarsi verso il nonno e domandare: "E Osso dov'?".
"Sar qui intorno," disse il nonno. "Vedrai che prima o poi arriva."
"Perch non lo chiami?"
"Perch lui non sa di chiamarsi Osso. E se anche lo sapesse, non si avvicinerebbe agli esseri umani. Ha paura."
"Anche di me?"
"Lo sapremo quando arriva."
Lucilla tacque, pensierosa. Il vecchio cap che non le piaceva per niente l'idea che un cane avesse paura di lei.
Voleva spiegare alla nipote che la natura ha dei tempi e delle ragioni che non sempre sono facili da capire per noi umani. Ma non fecero in tempo ad approfondire l'argomento, perch sentirono Roba abbaiare. Un abbaio forte, ripetuto, un segnale di allarme. Sul limite del bosco, Osso era riverso a terra, tremante; Roba, quattro volte pi grossa di lui, gli era sopra, e segnalava la presenza di quell'intruso nella maniera, un po' brusca, che hanno i cani: fare un grande baccano.
"Roba!" grid Lucilla, "lascialo stare!"
"Non avere paura," disse il vecchio, "i cani si regolano tra di loro. Vedrai che adesso si mettono d'accordo."
Osso si era steso a pancia in su, che nel linguaggio canino vuol dire: "Vedi bene che non posso farti del male, dunque tu non fare del male a me". Roba, di fronte a quel messaggio di pace, aveva smesso subito di abbaiare, e stava annusando ovunque il piccolo cane. Dopo qualche istante Osso, rassicurato, si rialz, annusando a sua volta, timidamente, la montagna di pelo. Roba accett l'ispezione, muovendo piano la coda. I due si erano presentati e si erano accettati. Era il segnale dell'intesa "Siamo amici, siamo amici" e poco dopo ebbe inizio il gioco: i due cani cominciarono a rincorrersi velocissimi lungo il grande prato, come fanno sempre quando vogliono celebrare il trattato di pace.
Leggerissimo, con le lunghe zampe tese nell'aria, Osso volava sull'erba mentre la grande cagna, entusiasta della sfida, cercava di stargli dietro. Quando il cane grosso riusciva ad avvicinarsi, il piccolo scartava fulmineo e cambiava direzione. Roba cercava di stargli in scia ma era troppo pesante, la curva troppo stretta, e un paio di volte sband e ruzzol sul prato. Lucilla e il nonno ridevano. La risata della bambina era un ruscello d'argento, quella del vecchio profonda e quieta. I due suoni, cos diversi, si intrecciarono nell'aria di primavera.
"Osso  bellissimo!" strill Lucilla.
"Non proprio," disse il nonno. " pelle e ossa."
"Non  vero!" protest Lucilla. " solo un po' magro. Posso dargli da mangiare io?"
"Stamattina ha gi mangiato," disse il vecchio. "Gli darai da mangiare questa sera."
I cani, sfiniti dalla corsa, si erano fermati in mezzo al prato, con la lingua a penzoloni. La bambina corse verso di loro, Roba le and incontro festosa, Osso invece si allontan verso il bosco. Lucilla si volt verso il nonno: "Scappa, ha paura di me". Il nonno allarg le braccia.
Passarono la mattinata nel prato, la bambina e i due cani (Roba vicina, Osso a distanza), mentre il nonno era rientrato in casa. Preparava da mangiare e ogni tanto dalla finestra controllava che tutto fosse regolare, l fuori. La bambina si era portata un libro. Seduta nell'erba, lo leggeva ad alta voce a Roba, che dormiva con il muso appoggiato sulle gambe della piccola compagna di branco. Lucilla era il suo capo... Il grosso naso nero, luccicante e umido, sospirava per la beatitudine. Il nonno le guardava. La bestia aveva le fauci di una belva, ed era grande tre volte il cucciolo d'uomo. Avrebbe potuto combattere ad armi pari con qualunque animale feroce, atterrare un uomo adulto, ripulire ogni angolo del suo territorio da qualunque altro essere vivente. Ma la sua forte presenza, in quel piccolo quadro, esprimeva solo quiete, sicurezza, protezione. La presenza del cane rassicurava il vecchio: sapeva che la bambina era protetta.
Il vecchio pens alla lupa che allatt Romolo e Remo, al branco di lupi che adottarono Mowgli, alle infinite leggende generate dall'alleanza millenaria tra l'uomo e il cane, iniziata con la domesticazione del lupo, dello sciacallo e della volpe molte migliaia di anni fa. Da quando Osso era entrato nella sua vita, il vecchio, curioso di capire meglio quell'antico legame, non faceva che cercare notizie sulla storia dei cani.
Osso gironzolava intorno, ogni tanto si avvicinava, si sedeva a qualche metro da Lucilla e dal suo cane, li guardava, si allontanava di nuovo. Quando Roba si svegli, and subito dal suo amico e insieme sparirono nel bosco. Sparirono, tornarono, sparirono, tornarono. Non correvano pi, la corsa era servita per celebrare l'incontro. Trottavano naso a terra, si fermavano per analizzare gli odori, esploravano il prato palmo a palmo, ogni tanto marcavano il territorio con una breve pip. All'ora di pranzo, quando Lucilla entr in casa con una fame da lupo, i due cani erano sdraiati sotto il grande faggio.
Roba era all'ombra, perch i cani a pelo lungo soffrono il caldo. Osso, pochi metri pi in l, era steso al sole, perch aveva il pelo corto e doveva avere patito molto freddo durante l'inverno appena passato.
Mentre lavava i piatti del pranzo, il nonno disse alla nipote: "C' un sentiero che sale in mezzo al bosco, adesso andiamo a raccogliere un po' di fiori. Poi li mettiamo in quel vaso".
Quando si incamminarono Roba li segu, festante. Di Osso, appena i due umani erano usciti di casa, non c'era pi traccia. Il cane bianco correva davanti a loro, si fermava, tornava indietro, annusava le piste degli animali selvatici, i fiori, i tronchi degli alberi. Studiava il bosco, i suoi segnali, le sue presenze. Il vecchio pens come sarebbe stato bello chiedere a Roba che cosa riusciva a leggere, con il suo naso prodigioso, nel grande libro del bosco.
Disse il vecchio a Lucilla: "Se il tasso  passato di qui, Roba lo sa. Se la volpe ha mangiato qualcosa ai piedi di quell'albero, Roba lo sa. Se invece  passata la tartaruga, lenta lenta, trascinando il suo guscio pesante, Roba non capisce bene che cosa  successo. Quando la vedi che si ferma a lungo, con il naso affondato in mezzo a un ciuffo d'erba, vuol dire che ha incontrato un odore straniero.  come se qualcuno ti parlasse in cinese. Tu lo sai il cinese?".
Lucilla stava raccogliendo fiori gialli e fiori azzurri quando riapparve Osso. Naso a terra, attravers il sentiero a pochi metri e subito spar nel fitto degli alberi.
A modo suo stava partecipando alla passeggiata, per mantenendosi a distanza di sicurezza.
"Osso!" grid felice la bambina. Il cane, dopo pochi secondi, sbuc in fondo al sentiero. Guard Lucilla. Scodinzol. Di nuovo scomparve nell'ombra.
"Visto? Ha sentito che lo chiamavo!" sorrise la bimba al nonno. Tornarono a casa a met del pomeriggio.
Lucilla teneva in mano il suo mazzo di fiori. Lo misero nel vaso pieno d'acqua. Durante la passeggiata, Osso era ricomparso lungo il sentiero altre due volte. La seconda abbaiando, ed era la prima volta che il vecchio sentiva la voce del cane: la sua voce da caccia. Faceva un suono acuto, penetrante, prolungato, la voce dei segugi quando ululano perch hanno individuato le tracce di una preda.
 una voce che dice "Di qua! Di qua! Venite! C' una lepre! Un capriolo! Correte!". I cani sono animali sociali e dunque hanno un gran bisogno di comunicare. Da soli si perdono d'animo, in branco con altri cani, o con gli uomini, si sentono pi forti e pi capaci, per questo abbaiano, ringhiano, uggiolano, cercando di condividere ogni loro sentimento.
Il gatto invece  pi silenzioso perch  pi solitario.
Non ha molto bisogno di spiegarsi. Tiene le cose per s.
A sera il nonno insieme a Lucilla prepar la solita ciotola con il cibo per Osso, e una ciotola pi grande per Roba. Diedero da mangiare al cane grosso dentro casa, perch non disturbasse il pasto del cane piccolo, lasciato come sempre in mezzo al prato. Mentre rientravano in casa, il vecchio si accorse che Osso, famelico, era gi sulla ciotola, con le orecchie penzolanti, e mangiava entusiasta. Peccato, pens il vecchio, che Lucilla non sia riuscita ad avvicinarsi al cane. Per almeno lo ha visto.
E domattina lo rivedr.
Fuori era ormai buio. Il nonno disse a Lucilla: "Dopo cena, prima di dormire, ti racconter una storia".
" la storia di Osso?" domand la bambina.
"Non proprio," rispose il nonno, "ma quasi."
...
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...
TRENTAMILA ANNI FA.
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Questa  la storia che il vecchio raccont a Lucilla.
Era un giorno d'inverno di trentamila anni fa. Il mondo era molto diverso da come lo conosciamo. Era ricoperto da grandi foreste e pieno di animali, e gli uomini erano molto meno numerosi di adesso. Vivevano nelle caverne o in capanne, ancora non avevano imparato a coltivare i campi, per mangiare raccoglievano i frutti selvatici e andavano a caccia. Parlavano, ma il loro linguaggio era ancora di poche parole.
Anche i lupi andavano a caccia, e dunque l'uomo e il lupo erano rivali, anzi erano nemici perch si contendevano le stesse prede e gli stessi territori. Avevano molta paura l'uno dell'altro. Quando si incontravano fuggivano, e se non riuscivano a fuggire si combattevano e cercavano di uccidersi. L'uomo mangiava la carne del lupo, il lupo mangiava la carne dell'uomo, secondo la dura legge della natura, che trasforma la morte in nutrimento e in nuova vita.
Ma quel giorno d'inverno di trentamila anni fa non fu un giorno uguale agli altri. Una giovane donna stava camminando nella neve, ai margini di un bosco, a poca distanza dal villaggio. Raccoglieva legna per il fuoco.
Da pochi giorni aveva avuto un bambino, lo allattava, lo proteggeva, se lo portava sempre dietro appeso al collo, dentro una pelle di lince. La chiameremo Pelledilince.
Il padre del bambino era a caccia, poco lontano, con la sua lancia affilata e un caldo mantello che gli copriva le spalle e la schiena. Lo aveva fatto con la pelle di un bufalo che aveva ucciso. Lo chiameremo Pelledibufalo.
Pelledilince e Pelledibufalo erano due ragazzi. Avranno avuto quattordici anni. Si diventava adulti molto presto, trentamila anni fa. Erano forti e coraggiosi, e si volevano bene. Forse la parola "amore" non era ancora stata inventata, ma sicuramente l'amore esisteva gi. Era dentro certi sguardi, certe carezze, certi abbracci, certe notti accanto al fuoco, guardando le stelle. Ora che era nato il bambino, i due ragazzi si sentivano ancora pi uniti.
Dunque Pelledilince sta raccogliendo legna nel bosco, in mezzo alla neve. A un tratto sente un suono sconosciuto. Un suono lieve, acuto, indifeso, un suono che tutto pu esprimere tranne la minaccia. Si guarda intorno e capisce che proviene dai piedi di un grande albero. Si avvicina, curiosa di capire: la curiosit, gi a quei tempi, era la forza pi grande che animava gli esseri umani.
Lo  anche oggi, ma allora cento volte di pi, perch gli umani sapevano pochissime cose, e dovevano ancora imparare quasi tutto.
Pelledilince si avvicina e capisce che sotto quell'albero c' una tana. E dentro la tana qualcosa di vivo. Si piega sulle gambe, si affaccia alla tana scavata nella terra. Tiene stretto il suo bambino dentro la pelle di lince, pronta a proteggerlo da qualunque pericolo. Ma sa gi che non c' alcun pericolo dentro quella tana, perch quelli che aveva udito non erano ruggiti, non erano ululati, non erano suoni di guerra.
Dalla tana escono goffi, uggiolanti tre cuccioli di lupo. Hanno il colore dell'argento e della neve. Sentono l'odore del latte di Pelledilince. Non hanno paura, non conoscono ancora il mondo, solo l'odore della madre e l'odore del latte. Sono vicinissimi al bimbo che la ragazza, china su di loro, tiene stretto al petto. Lo annusano.
Lei sorride, il suo istinto  di accarezzarli. Ma di colpo si ritrae, spaventata: dove ci sono cuccioli, c' una madre disposta a tutto pur di proteggerli. La lupa potrebbe essere vicina.
Si rialza, si guarda intorno. Sente passi avvicinarsi nella neve, ha paura ma non si muove, sa che di fronte a un predatore la cosa pi sbagliata da fare  scappare.
Ma non  la lupa, che sbuca dagli alberi.  Pelledibufalo. La sua lancia  insanguinata, i suoi occhi accesi, il suo respiro affannoso.
"Ho ucciso una lupa," dice il ragazzo.
"Qui ci sono i suoi cuccioli," dice la ragazza, in piedi davanti alla tana.
"Ora uccido anche loro," dice il ragazzo. "Perch quando crescono diventano lupi. Ci rubano le nostre prede. E cercano di mangiare anche noi."
Pelledibufalo si avvicina alla tana, con la lancia in pugno.
Pelledilince non si muove.
Pelledibufalo cerca di prenderla per un braccio e di spostarla.
Pelledilince non si muove.
Pelledibufalo si arrabbia: "Levati di qui!".
Pelledilince non si muove.
Pelledibufalo chiede: "Perch fai cos?".
Pelledilince non risponde. Rimane immobile con il suo bambino appeso al collo. Guarda fisso negli occhi il suo uomo. Intorno riprende a nevicare, e sta calando la luce del giorno.
 un attimo ma sembra lunghissimo. I due ragazzi si guardano. La femmina, con il bambino in braccio,  immobile e silenziosa. Il maschio, sorpreso, non capisce che cosa sta accadendo. Ha appoggiato a terra la lancia.
 anche lui immobile e silenzioso. Il mondo intero, per qualche istante, si  fermato.
A questo punto devo dirti, Lucilla, che anche tu, spesso, rimani immobile e silenziosa. E mentre ti racconto questa storia finalmente capisco perch mi piaci cos tanto, in quei momenti. Mi piaci perch stai imparando qualcosa. Se tutti corrono sempre, parlano sempre, lavorano sempre, non imparano pi niente. Bisogna riuscire a fermare un attimo il tempo, per imparare qualcosa.
Che cosa impararono Pelledilince e Pelledibufalo, in quel giorno d'inverno? Impararono tutti e due, uno di fronte all'altra, che non sempre la cosa giusta da fare  quella che  sempre stata fatta. Viene il momento in cui bisogna cambiare, bisogna fare una cosa che non  mai stata fatta prima.  cos che la scimmia  diventata uomo: imparando a cambiare, giorno dopo giorno.
Quella femmina d'uomo, con il suo cucciolo in braccio, vedendo i cuccioli di un'altra specie, piccoli e indifesi, aveva sentito, irresistibile, il richiamo della vita. Il maschio d'uomo era eccitato per la caccia, aveva l'odore del sangue addosso, e la sua lancia era pi aguzza del dente di una tigre. Ma la sua femmina, dritta in piedi davanti alla tana del lupo, con il loro figlio in braccio, sembrava un muro impossibile da scavalcare.
Prima di quel giorno tutti i cuccioli di lupo, quando gli uomini scoprivano la loro tana, venivano uccisi.
Quella fu la prima volta in cui questo non accadde.
Pelledilince disse a Pelledibufalo: "Prendili, portiamoli al villaggio".
Lui disse: "Non so dove metterli".
Lei disse: "Nella sacca dove metti le prede".
Lui obbed. Non gli era mai capitato di portare, in quella sacca, qualcosa di vivo. Le bestie uccise erano fredde e rigide, i cuccioli invece caldi e morbidi. Gli fece uno strano effetto, tornando verso casa, sentirli agitarsi nella sacca.
Arrivarono al villaggio che era quasi buio, il fuoco era caldo e le fiamme alte, attorno al fuoco c'erano le altre femmine e gli altri maschi di quel branco di uomini. Appena videro i tre cuccioli, l'intero villaggio entr in agitazione. Qualcuno gridava, qualcuno scuoteva la testa, qualcuno and a chiamare il capo del villaggio, che si chiamava Pelledileopardo.
Pelledileopardo era un vecchio maschio con la barba bianca. Era stato un grande cacciatore, aveva sulle spalle il manto di un leopardo che aveva ucciso, e intorno al collo una collana di sassi luccicanti. Si avvicin a passi lenti. Vide a terra i tre cuccioli di lupo. "Chi li ha portati qui?" domand scuro in volto.
Pelledibufalo tacque, a testa china.
Fu Pelledilince a parlare: "Li ho portati io".
Il capo non la degn di uno sguardo. Si avvicin al ragazzo, e fissandolo dritto negli occhi gli disse: "Se  la tua femmina che li ha portati, sei tu che devi ucciderli. Perch quando diventano grandi, i lupi ci rubano le prede. E cercano di uccidere anche noi uomini".
Il ragazzo continuava a tacere, intimorito.
Parl di nuovo la ragazza.
"Se i lupi sono pericolosi quando diventano grandi, allora li uccideremo quando saranno grandi. Ora sono piccoli, e ucciderli non serve." Gli altri della trib, attorno al capo e ai due ragazzi, tacevano immobili. Seguivano con grande attenzione la scena. Due grandi novit avevano fatto irruzione nella loro vita. La prima novit era che tre cuccioli di lupo, vivi e vegeti, erano nel villaggio, e stavano annusando l'aria, la neve e i piedi degli uomini.
La seconda era che una giovane femmina stava rivolgendo la parola al capo, e per giunta per disobbedirgli.
Il capo continuava a tenere lo sguardo su Pelledibufalo, ignorando Pelledilince.
Ripet il suo ordine: "Uccidili".
Il ragazzo abbass il capo. Fu sempre la ragazza a parlare.
"Li allever io. Aggiunger al mio latte quello delle nostre capre. Gli avanzi della caccia, quelli che buttiamo ai corvi, serviranno a sfamarli quando saranno pi grandi".
Nel silenzio profondo il capo finalmente distolse lo sguardo da Pelledibufalo, si volt verso Pelledilince e fece i pochi passi che lo separavano da lei. Arrivato proprio di fronte alla ragazza, nel silenzio pi assoluto, mentre tutti gli uomini e le donne del branco trattenevano il respiro, il vecchio uomo si ferm. Avvert il calore della giovane madre che, dritta in piedi, lo fronteggiava, del bimbo che le dormiva appeso al collo, del seno gonfio di latte. Gli sembr che quel calore arrivasse anche dallo sguardo acceso della ragazza, dalle sue guance rotonde, dalle labbra che avevano appena osato contraddirlo.
Qualche fiocco di neve, brillando tra i riflessi rossi del fuoco, si scioglieva tra i lunghi capelli di Pelledilince.
Probabilmente il capo aveva gi sentito quel calore quando la sua femmina, anni prima, aveva partorito e aveva allattato. Ma non se lo ricordava pi. Fatto sta che, dopo qualche momento di silenzio, il capo fece un mezzo giro su se stesso (e il suo magnifico mantello di leopardo rote in mezzo alla neve) e si allontan, senza dire niente, verso la sua capanna.
Era buio, a qualcuno dei presenti sembr che il capo avesse lo sguardo cupo, a qualcun altro che avesse lo sguardo sereno, non c'era abbastanza luce per saperlo.
I tre cuccioli di lupo, nel frattempo, avevano annusato i piedi di molti uomini, rosicchiato qualche pezzo di corteccia, e si erano addormentati sfiniti, tutti e tre insieme, a pochi metri da quella discussione che avrebbe deciso non solo il loro destino, ma anche la nascita di una delle pi solide alleanze mai viste sulla Terra: quella tra l'uomo e il cane, che  figlio dei figli del lupo, della volpe e dello sciacallo.
Nei giorni seguenti Pelledilince diede ai cuccioli il suo latte e il latte della sua capra. Poi gli avanzi della carne, il sangue delle prede, le ossa che riusciva a trovare nel villaggio. I cuccioli, per natura, si sentirono parte del branco che li nutriva e delle mani che li toccavano. Il figlio di Pelledilince e Pelledibufalo impar a muoversi a quattro zampe giocando con loro. Crebbe insieme a loro. Quando ebbe un anno, i tre lupi erano gi adulti, e nessuno pensava pi alla necessit di ucciderli, nemmeno il capo del villaggio, perch erano diventati anche loro, le belve feroci tanto temute, abitanti del villaggio.
Dormivano tra le capanne, accucciati davanti alle soglie. Se qualcuno, bestia di un altro branco o uomo di un'altra trib, si avvicinava, anche di notte, loro davano l'allarme ringhiando e abbaiando. Fiutavano nell'aria odori lontani, distinguevano nel buio le forme anche pi piccole. Difendevano il loro territorio, lo stesso degli uomini. Se qualcuno prendeva la lancia e andava a caccia, lo seguivano come ombre, e trovavano la pista della preda molto prima che l'uomo potesse farlo perch avevano pi fiuto, pi zampe, pi velocit, pi sensi di quanti il pi esperto o il pi coraggioso dei cacciatori potesse mai avere.
Era nata un'alleanza perfetta. Secolo dopo secolo, l'immagine degli uomini e dei cani che cacciano insieme divent sempre pi frequente. Il lupo, la volpe, lo sciacallo diventarono il cane, anzi i cani di tutte le razze, piccoli e grandi, tozzi e slanciati, di tutti i colori, con il pelo lungo e con il pelo corto. E il cane segu l'uomo non solo nella caccia, ma anche nei suoi spostamenti, nelle lunghe migrazioni da un continente all'altro. Insieme, l'uomo e il cane attraversarono i ghiacci e i deserti, scavalcarono le catene montuose, guadarono i fiumi. Divisero il cibo.
Si addormentarono uno di fianco all'altro, pelle a pelle, vennero punti dagli stessi insetti e insidiati dagli stessi parassiti. Fecero la stessa vita e fecero sicuramente gli stessi sogni, anche se i cani non ebbero mai le parole per raccontarli. Ma da quel giorno di tanti anni fa le scene di caccia, le fughe nei campi e nelle foreste, il tepore di un giaciglio accanto al fuoco, i salti e le corse del gioco, i guadi dei fiumi, le zuffe, la fame, la sete, la gioia del cibo e dell'acqua da bere diventarono, per l'uomo e per il cane, lo stesso lunghissimo sogno.
 difficile dire che cosa spinse proprio quella ragazza, e proprio quel giorno, a capire per prima che dentro il lupo c'era il cane, dentro la belva c'era un amico dell'uomo. Forse l'istinto materno, forse l'orrore della morte o forse la fantasia che le fece immaginare di correre nei boschi non per fuggire dal lupo, non per inseguire il lupo, ma insieme al lupo, fianco a fianco, saltando i rovi e i torrenti.
Certo, Pelledilince non poteva ancora sapere che quel gesto di amore era conveniente. Cio che il lupo, in cambio della cura, del latte, della protezione, avrebbe dato all'uomo la sua energia, il suo fiuto, la sua fedelt. Dunque possiamo essere certi che la ragazza ag senza avere fatto calcoli, solo per istinto, per amore della vita, e anche per suo piacere: perch le piaceva di pi allattare che uccidere.
Io credo, cara Lucilla, di avere riempito la ciotola di Osso per la stessa identica ragione. Mi  piaciuto sentirmi parte della vita. Forse Osso, se non fosse riuscito a trascinarsi davanti a casa mia, sarebbe morto. Ora invece  qui fuori, e domani lo vedrai scodinzolare. Forse ti sta sognando, e forse tu, questa notte, sognerai lui.
Lucilla non sent le ultime frasi del vecchio. Si era gi addormentata.
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UN ODORE DI CUOIO E DI TERRA.
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Tutti dormirono profondamente, quella notte.
Nell'ora dei sogni, le ombre di Pelledilince e di Pelledibufalo galleggiarono brevemente nel buio, sopra il letto di Lucilla, ma nessuno se ne accorse: nemmeno Roba, che dormiva ai piedi del letto. Appena il mattino sfior con le sue dita di luce la finestra della stanza, la cagna appoggi il muso sul cuscino, perlustrando con il suo grosso naso nero la faccia della bambina. Era impaziente di correre in mezzo all'erba per fare i suoi bisogni. Il respiro rumoroso e bagnato del cane svegli Lucilla, che in due salti era gi in cucina dal nonno.
Fecero uscire Roba (cacca a pinnacolo o cacca strisciante), prepararono insieme le ciotole per i cani, misero in mezzo al prato quella di Osso. Il tempo stava cambiando, grandi nuvole bianche passavano l sopra, lucenti e leggere, molto pi in alto del pi alto degli alberi. Ben presto le grosse gocce tiepide di un temporale di primavera bagnarono a larghe folate il prato, la casa, il bosco. Rifugiati in cucina, la nipote in braccio al nonno e Roba seduta al loro fianco guardavano dalla finestra il temporale; e in mezzo al temporale, Osso. Che aveva divorato tutto in due bocconi e non sembrava affatto spaventato. Era seduto accanto alla ciotola vuota, fiutando qualcosa nella pioggia. Poi si alz sulle quattro zampe, si scroll l'acqua di dosso alla maniera dei cani, con le orecchie che sbatacchiavano e non si capiva come facessero a rimanere attaccate a quel muso a matita, e si rimise seduto, aspettando che la sua amica Roba uscisse nel prato.
Mezz'ora dopo c'era gi il sole, Lucilla e il suo cane corsero fuori, a infradiciarsi felici nell'erba. Dopo la pioggia tutto era lustro, ogni foglia scintillava, l'acqua e la luce del sole celebravano assieme la bellezza del mondo, come dall'alba dei tempi.
Osso correva attorno insieme a Roba, a volte si fermava poco distante da Lucilla e la guardava scodinzolando. Lei cerc spesso di avvicinarsi, e le sembr che ogni volta la distanza diminuisse. Mentre era seduta su un grosso sasso, immobile e pensierosa come le capitava spesso, lo sguardo fisso sulle ultime nuvole in fuga nel cielo azzurro, Osso le si avvicin fino a due metri, forse uno solo, con il muso proteso e il naso vibrante, per fissare meglio l'odore della bambina, e aggiungerlo al suo catalogo. Ma fu solo un attimo, Lucilla si riscosse, lo vide. "Osso!" strill e il cane, per l'ennesima volta, fugg a distanza di sicurezza.
Lucilla part nel pomeriggio, promettendo al nonno che sarebbe tornata presto e raccomandandogli di fare molte fotografie a Osso, e di mandargliele. Il nonno promise, anche se non gli piaceva fare fotografie: gli venivano male, si fotografava per sbaglio le dita, si arrabbiava.
Appena salita in macchina la bimba raccont alla madre, per filo e per segno, tutto quello che aveva fatto con il nonno, pi qualche dettaglio di sua invenzione. Per esempio, che il nonno le aveva fatto assaggiare il caff.
Subito dopo, euforica e sfinita, si addorment di colpo.
Vediamo Lucilla sparire in fondo alla strada, sulla macchina rossa, e ritornare nel grande ventre della citt. Di lei non dobbiamo preoccuparci.  intelligente,  sensibile,  amata. Se allunga la mano, trova quella della madre o del padre pronti a stringerla; o il muso bianco di Roba da accarezzare, con il suo umido naso nero che indovina, nell'aria, ogni traccia di vita. E poi ha sette anni, di fronte a lei si  appena aperta quella sequenza quasi infinita di incontri, di cose da imparare, di gioie da condividere e di dolori da sconfiggere che  la vita degli esseri umani. La sua, possiamo scommetterci, sar una vita bellissima.
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Torniamo dunque dal vecchio. Che  rimasto solo nella sua casa, al confine tra la citt e il bosco. Lucilla gi gli manca: le telefoner stasera. Sta riposando davanti a casa sulla sua sedia a sdraio, proprio come l'abbiamo trovato cinque giorni fa, all'inizio di questa storia. Un cane sta dormendo, a una cinquantina di metri, sdraiato sotto il faggio. Il vecchio guarda il cane, che ai piedi di quel grande albero sembra sparire, per quanto  piccolo e gracile e per quanto  grande e dominatrice la natura.
Da cinque giorni quel cane si chiama Osso. Il vecchio, che in tutta la vita non ha mai avuto cani, nemmeno gatti o altri animali, adesso vorrebbe dire: "Quello  il mio cane". Ma non  troppo sicuro che sia vero. Randagio per avventura, o per abbandono, Osso  una figura vagante, un'apparizione. Esce dal bosco solo quando vuole. Non si lascia avvicinare da nessun essere umano: perfino Lucilla, che  piccola e gentile, non  riuscita neppure a sfiorarlo.
Il vecchio si riposa nell'ultimo sole del pomeriggio.
Chiude gli occhi, dorme per qualche minuto. Al suo risveglio, mentre il tepore del giorno sta svanendo e l'oscurit gi incombe, il cane non c' pi. Il vecchio rientra in casa per prepararsi la cena, e riempire la ciotola di Osso.
Pass, tutta intera, un'altra settimana. Lucilla, il week- end successivo, non torn dal vecchio. Era andata con i genitori a trovare gli altri nonni in una citt di mare.
Mand al vecchio una fotografia: i suoi piedi nudi sulla sabbia, in mezzo alle conchiglie. Al vecchio venne in mente che le aveva promesso di mandarle qualche foto di Osso, ma se ne era proprio dimenticato.
Per tutta la settimana Osso si era regolarmente presentato per mangiare, mattina e sera. Vedendo arrivare il vecchio con la ciotola, a volte scodinzolava, ma non si lasciava mai avvicinare. Passava parecchio tempo nel prato. Per il resto del tempo, il suo tempo nascosto, il tempo misterioso della sua solitudine, spariva nel grande bosco che risaliva la montagna.
Era di nuovo domenica. La mattina di domenica. Nuvole e sole, tempo mutevole e vivace, un vento gentile che scuoteva appena le foglie degli alberi. Il vecchio usc nel prato.
Osso era seduto sotto il faggio, e lo guardava.
Il vecchio fece qualche passo verso di lui, lentamente, senza altra intenzione che non fosse osservarlo pi da vicino.
Osso non si mosse.
Dopo tre passi, il vecchio not che le costole non erano pi sporgenti. Lo aveva nutrito bene, dunque.
Osso non si mosse.
Fatti altri tre passi, arriv a distinguere i baffetti neri ai lati del muso.
Osso non si mosse.
Ancora altri tre passi e il vecchio vide negli occhi del cane, scuri e rotondi, la luce vivida delle pupille. Si rese conto che ormai erano molto vicini.
Osso non si mosse.
Il vecchio fece un altro passo, fino a che non fu sopra il cane.
Osso non si mosse.
Il vecchio si rese conto che la sua sagoma sovrastava quella della piccola bestia tanto quanto la sagoma del faggio sovrastava la sua. Ognuno ha qualcosa di pi grande da temere, pens il vecchio, e finalmente cap, nella estrema vicinanza, quanto il cane dovesse avere paura di lui, vedendolo come un gigante. Ma Osso, un metro e mezzo pi in basso di lui, continuava a non muoversi. Rimaneva seduto sulla sua coda a spadino. Il muso aguzzo, per continuare a fissare il vecchio, ora era rivolto verso l'alto, con il naso nero e lucido che assorbiva, tutto intero, l'odore del vecchio, e le pupille fisse nelle sue.
Il vecchio, anche per sembrare meno grosso a quel piccolo cane, si pieg lentamente sulle ginocchia. Ora la faccia dell'uomo era quasi all'altezza del muso del cane.
Erano vicinissimi, i due respiri si incrociavano. Anche il vecchio pot sentire, per la prima volta, l'odore del cane. Gli sembr un odore di cuoio e di terra.
Il vecchio, inginocchiato davanti al cane, protese la sua mano verso il muso aguzzo.
Il mondo si ferm per un istante, come quando, trentamila anni prima, Pelledilince rimase ferma, in piedi, davanti alla tana del lupo, e Pelledibufalo depose la sua lancia. I pochi centimetri che separavano l'uomo dal cane parvero al vecchio uno spazio infinito, pi immenso delle galassie e pi profondo del mare. Milioni di uomini, milioni di cani, milioni di giorni giravano come un invisibile vortice attorno a quel vecchio e a quel cane.
Osso avvicin alla mano del vecchio il suo piccolo naso umido. La annus trepidante, con ogni cellula in allarme, ogni senso acceso. Per qualche secondo perlustr quella mano, lasciando sulla pelle del vecchio il tepore umido del suo fiato. Con un profondo sospiro, infine, si sdrai nell'erba. Il vecchio appoggi la grande mano sulla piccola testa, la accarezz, sent le orecchie di velluto abbandonarsi al contatto.
Osso si addorment.
...
.
...
FINE.